Il Cappotto – Nikolaj V. Gogol

“Così, in un dipartimento prestava servizio un impiegato: non si può dire che fosse un impiegato molto ragguardevole: di statura era piccolino, era un po’ butterato, un po’ rossiccio, persino (a vederlo) un po’ miope, con una piccola calvizie sulla fronte, con rughe sulle due guance e con quel colore del volto che si chiama emorroidale … Che farci!”

Quello con Gogol è stato quasi un innamoramento cominciato con “Le Anime Morte” e proseguito con “Le Veglie alla Fattoria di Dikanka” che ha  [singlepic id=274 w=200 h=330 float=left] finalmente avuto l’occasione di incontrarsi col Cappotto, proprio quello da cui, secondo Fëdor Dostoevskij, “Siamo tutti usciti“. Anche questa volta, è stato un piacere accompagnarsi alla penna e al genio di Gogol: farsi guidare per le strade di Pietroburgo, dentro gli uffici dei dipartimenti, nelle piazze vuote sferzate dal vento e dalla neve.

La grande particolarità di questa esperienza, di questo viaggio, è il mezzo. Sulle spalle di una mosca, di un’esistenza effimera, meccanica: un automa che si lascia trasportare nel fluire della vita come una foglia abbandonata al vento. Si potrebbe quasi affiancare il protagonista, Akakij Akakievic, alla figura letteraria dell’inetto, ma questo, probabilmente, per lui sarebbe già un salto di qualità. L’inetto, sebbene tale, esiste, è; Akakij non esiste, è solo un’increspatura. Molta della capacità narrativa di Gogol sta nel riuscire a trasmettere l’immagine di questo personaggio senza farlo sembrare fittizio, l’uso di un narratore esterno che ne segue il vagare senza meta, che ne descrive le bizzarrie, il suo essere costantemente fuori posto, una storia intessuta in modo da concatenare gli eventi in modo che risultino necessari, incastrati in una logica ferrea dalla quale non c’è scampo. La comparsa del “Cappotto” a ricordargli per un momento che è umano, che esiste, la sua incapacità di gestire questa sua umanità e da questa sua incapacità il naufragio finale.

Rispetto agli altri due libri citati all’inizio, questo è probabilmente il migliore con cui iniziare a conoscere ed apprezzare Gogol, pur essendo molto breve, raccoglie in sé molti dei tratti salienti dello stile e del suo modo di vedere il mondo.

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Quattro Lezioni sullo Spazio e sul Tempo – Stephen Hawking, Roger Penrose

“[Detto S un insieme di punti nello spazio tempo] Si possono avere però spazi-tempi in cui ci siano generatrici del confine del futuro di un insieme S che non intersechino mai S. Tali generatrici non possono avere un estremo passato. Un esempio semplice di quanto sto dicendo è uno spazio minkowskiano con un segmento di linea orizzontale rimosso.”

Mi sento quasi in colpa per quello che sto per fare, stroncare un libro di Hawking e Penrose è probabilmente molto vicino ad un sacrilegio, ma questa volta temo di non poterne fare a meno. Per prima cosa, due parole [singlepic id=260 w=200 h=316 float=left] sugli autori, Hakwing è un astrofisico britannico e uno dei più autorevoli cosmologi viventi, ha occupato fino al 2009 la Cattedra Lucasiana di Matematica all’università di Cambridge, per renderci bene conto, la cattedra che fu di Isaac Newton. Penrose rientra, almeno istituzionalmente, nella categoria dei fisici-matematici, anche se si occupa diffusamente di filosofia, cosmologia, intelligenza artificiale e di svariati ambiti della matematica e della fisica, padre della teoria dei Twistors e esperto di gravità quantistica. Fatto questa premessa, capirete perché parlare male di un libro di fisica, o per meglio dire di fisica-matematica, scritto da loro è piuttosto imbarazzante. Terminata la lamentazione preliminare, arriviamo al sodo delle critiche, partendo dalla prefazione di Stefano Moriggi, che a sua volta cita il Penrose de “La strada che porta alla realtà“, scrivendo: “sbaglierebbe chi si lasciasse intimidire, perché […] c’è un modo in cui cavarsela [con la lettura del libro] saltando tutte le formule e leggendo solo le parole“.  Ecco, almeno per quanto riguarda i due capitoli scritti da Hawking, questo vuol dire leggere due parole ogni tanto, parole che ovviamente rimandano a concetti matematici e nascondono definizioni e altre formule. Queste sono lezioni tecniche, è vero, ed Hawking, in apertura, avverte immediatamente il lettore, aggiungendo poi, “daremo quindi per scontata una conoscenza di base della teoria della relatività [aggiungo io: generale] e della teoria quantistica“. Tuttavia, dimentica di dire che darà per scontata una conoscenza piuttosto profonda della topologia algebrica, dell’analisi multidimensionale su spazi complessi e di un monte di geometria differenziale, che è un po’ un amalgamato delle due precedenti. Dopo un anno e mezzo di studi in matematica si riesce a capire il senso delle parole e, appoggiandosi a Wikipedia e qualche altro testo, anche di qualche concetto, di quelli semplici e non particolarmente profondi. Le due lezioni di Penrose sono un po’ più avvicinabili, in questo caso, anche dove non si riesce a cogliere la profondità di alcune analisi, si riesce almeno a seguire il filo del discorso. Insomma, se siete laureati in fisica o in matematica e vi piace l’argomento “spazio e tempo”, avendo già studiato nei dettagli alcune idee fisiche di fondo, con un bagaglio di strumenti matematici e un buon livello di attenzione, questo testo fa per voi. Se, invece, vi piace l’argomento, ma non possedete l’armamentario teorico, orientatevi su qualche libro degli stessi autori, tipo: “Dal Big Bang ai Buchi Neri” – Hawking e, il già citato, “La Strada che Porta alla Realtà” – Penrose. Divulgativi, circa, più abbordabili e con idee meglio dispiegate.

Per chi volesse procurarselo, attenzione, quest’edizione, uscita con “I Classici del Pensiero Libero” del Corriere della Sera, contiene i primi quattro capitoli del libro “La natura dello spazio e del tempo” edito BUR, che è, quindi, l’opera integrale.

Per concludere, mi sto ancora domandando perché, tra tanti testi di divulgazione scientifica, degli stessi due autori, in una collana di questo tipo, si sia deciso di includere proprio questo. Tecnico, di difficile lettura e che può gettare nella disperazione gli interessati. Che chi li sceglie non abbia nessuna competenza scientifica e non riesca a distinguere cosa è abbordabile dal pubblico generale e cosa non lo è? Che ne abbia troppa e non riesca più a distinguere ciò che un profano comprende con uno sforzo accettabile? Si accettano suggerimenti.

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La musica di Pitagora – Kitty Ferguson

“Tuttavia […] gli elementi di Euclide risuonano di gioia e di apprezzamento per la bellezza dell’argomento che egli stava esplorando, un appagamento che mai nessuno aveva manifestato prima. Benché ci siano matematici moderni che portano avanti l’antica fede pitagorica nella bellezza razionale dei numeri, tendendo ad essere sospettosi quando qualcuno rivendica una verità matematica che non è anche bellezza, è il rigore tecnico euclideo a vigilare sulla porta stessa della bellezza”

Un’opera massiccia che copre un arco di tempo importante, dalla nascita della matematica greca e le biografie di Pitagora, all’avvento del XXI secolo. Dal complesso tentativo di ricostruire la biografia di Pitagora, [singlepic id=251 w=200 h=295 float=left] attraverso le fonti antiche, a quello ancora più complesso di comprendere qual era il suo pensiero  e quali sono state le sue influenze nella storia dell’uomo e nell’umana avventura della scienza. Un libro dettagliato, dettagliatissimo, ben costruito con un impianto coerente di rimandi bibliografici e note. Se si vuole approfondire l’argomento questa è un’ottima base per essere indirizzati ad altri testi che permette di costruire un ottimo punto di vista.

Il fascino del personaggio storico, profondamente avvolto in una rete di leggende, trascina il lettore nella scoperta della “razionalità del mondo“, nella connessione tra numeri, la matematica, e la realtà. Una posizione privilegiata per osservare la scoperta dell’armonia, della musica e dei rapporti. Un luogo da cui vedere la scoperta dell’incommensurabilità, la crisi e la trasformazione del pitagorismo, il suo assorbimento nella filosofia di Platone e tutte le sue trasformazioni. La ricerca della razionalità nel cosmo, l’opera di Tolomeo, la contaminazione di tutte le filosofie, del pensiero, dei modelli educativi con il trivio e il quadrivio. I calcoli di Tycho Brahe, le idee di Keplero che cercava gli accordi e le scale musicali nascoste nel moto dei pianeti. Le sfide teoriche di Galileo e Newton, alla ricerca della struttura matematica del cosmo. Poi ancora verso le rivoluzioni politiche, i circoli e le logge che si riconoscevano come moderne confraternite pitagoriche, l’illuminismo e le filosofie positive. La modernità e la costruzione del paradigma scientifico come modello principe dell’interpretazione del mondo. In tutta questa avventura, della mente umana, si celano quelle prime osservazioni sulla regolarità, sugli schemi ricorrenti nella natura, compiute e portate avanti in un tempo lontano sulle spiagge di Crotone e sui mari della Magna Grecia. Leggere tutto questo, seguire questa catena continua di scoperte, di pensieri e sentirsi veramente come i celebri nani seduti sulle spalle di giganti.

Questo è un libro che richiede la sua buona dose di attenzione, un po’ di spaginare a caccia delle note e qualche pellegrinaggio alla biblioteca o su internet per rivedere e supplire qualche dettaglio di storia e di storia della filosofia. Questi scogli e questo impegno vengono, tuttavia, ripagati dalla scorrevolezza e dalla limpidità dell’esposizione. Insomma, se avete un po’ di sana curiosità e volete scoprire da dove vengono molte belle idee del nostro mondo, questa è un’opera da tenere in considerazione.

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Il meglio di Asimov – Recensione

“L’ultima mente dell’Uomo esitò, prima della fusione, contemplando uno spazio che comprendeva soltanto i fondi di un’ultima stella quasi spenta e nient’altro che materia incredibilmente rarefatta, agitata a casaccio da rimasugli finali di calore che calava, asintoticamente, verso lo zero assoluto.”

L’ultima domanda.

Ho sempre nutrito qualche dubbio nei confronti delle raccolti di racconti, in particolare di quelle intitolate “il meglio di”, ma almeno questa volta devo ammettere di essermi sbagliato [singlepic id=211 w=200 h=312 float=left]. Questa raccolta che, come lo stesso Asimov ci dice nella prefazione, si sarebbe potuta intitolare “Racconti abbastanza buoni e piuttosto rappresentativi di Isaac Asimov“, anche se con questo titolo, probabilmente, non l’avrebbe comprata nessuno. I racconti contenuti coprono l’intero arco della sua vita, dal suo primo racconto, pubblicato all’età di diciotto anni, a uno degli ultimi, scritto e pubblicato poco tempo prima dell’uscita della raccolta. Asimov è stato spesso criticato per la mancata evoluzione del suo stile, scriveva a diciotto anni come negli anni della maturità, e sostanzialmente, devo ammettere, che questa è una critica piuttosto azzeccata: mettere in ordine cronologico questi racconti basandosi solo sullo stile  è un’impresa quasi disperata. Questo, per dire che il valore di questi racconti e la loro bellezza non è da ricercarsi nell’eleganza dello stile o nel funambolismo lessicale, quanto nella semplicità con cui sono narrati, nell’abilità di intreccio e nella profondità di alcune intuizioni. Il fascino dell’esplorazione spaziale, almeno per chi non soffre di claustrofobia, l’ipotesi della vita su altri pianeti, il ruolo della scienza e della tecnologia nella vita di tutti i giorni. Domande, soluzioni e idee, molte idee, che vengono raccontate sapientemente e fatte provare nell’immaginare scenari e nell’intrecciare racconti avvincenti. Tra i dodici racconti, i due migliori, cioè il meglio secondo me de il meglio di Asimov, sono Notturno e L’ultima domanda. Il secondo, quello da cui è tratta la citazione d’apertura, è un racconto incentrato su una semplice domanda fatta da due tecnici, piuttosto alticci, a Multivac, il più grande computer che l’uomo abbia mai costruito che, parafrasata, suonerebbe circa così: “è possibile impedire la morte termica dell’Universo invertendo l’entropia?”, un buon interrogativo che potrà affliggerci tra qualche annetto, sempre che si sopravviva a noi stessi, e che Asimov dipana fino alla fine dei tempi. Il primo, che per una questione di buon ordinamento, è il secondo di cui vi parlo, Notturno, nasce dalla seguente osservazione del filosofo R. W. Emerson “Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?“, ed è proprio quello che vediamo accadere, l’incombente minaccia della notte e delle misteriose stelle su un pianeta che non ha conosciuto altro che luce da che la civiltà che lo popola possa ricordare. Nelle poche pagine di questo racconto vi è una densità e una varietà di osservazioni, personaggi e argomenti veramente unica e tutta da apprezzare e carpire.

Nel caso vi abbia convinto ad andare a spasso per l’universo in compagnia di Asimov, vi auguro un buon viaggio e una serena navigazione, nell’altro caso … bè fateci ancora un pensiero, questo è un tipo di fantascienza che almeno una volta nella vita è bene assaggiare.

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Le veglie alla fattoria di Dikanka – Recensione

“Conoscete le notti ucraine? Oh, voi non conoscete le notti ucraine. Ammirate questa: la luna occhieggia a metà del cielo; lo sconfinato arco celeste s’è dilatato e spostato sino a divenire ancor più immenso, e arde e respira. La terra è tutta avvolta di luce argentea, e l’aria stupendamente limpida è fresca e pesante al tempo stesso e, piena di dolcezza, agita un oceano di profumi. Notte divina! Notte incantevole!”

Questo non è il primo libro che leggo e recensisco di Gogol, potete trovare qui la recensione de “Le Anime Morte” con due righe sulla sua vita, che questa volta decido di risparmiarmi, per poter avere un po’ più di spazio e parlare del libro.  [singlepic id=184 w=199 h=318 float=right]Detto questo, passiamo a raccontare qualcosa del libro. “Le veglie alla fattoria di Dikanka” è una raccolta di storie che prendono vita attingendo al folklore Ucraino, ma è anche molto di più, è la costruzione di un mondo, l’Ucraina, sospeso su un caos ribollente da cui fuoriescono diavoli, streghe e fantasmi. C’è chi, come Puškin, ha visto nel Gogol delle Veglie l’allegria, l’umorismo, e chi, come  Nabokov, ha ritenuto che chi vedeva l’allegria in Gogol era una persona “che s’intende poco di letteratura“, decidere quale delle due interpretazioni è la più veritiera è un’impresa che richiede probabilmente una competenza molto superiore alla mia, con Nabokov e Puškin lascio litigare voi. Tuttavia, forse, è possibile intuire il perché di queste due letture, mentre Nabokov arrivava dall’aver già letto l’ultimo Gogol delle Anime morte e del Cappotto, Puškin lo scopriva alla sua prima pubblicazione, ma questa resta un’ipotesi che lascia un po’ il tempo che trova. Fatto sta che delle molte, moltissime, cose che si possono dire sulle Veglie è bene iniziare a metterne qualcuna in tavola. Che le storie siano affascinanti lo considero quasi un dato di fatto, che l’intreccio è spesso così ben costruito da farti entrare nel racconto per seguirne le evoluzioni è un altro rilievo da fare. Quello che però mi ha forse coinvolto ancora di più è la costruzione delle ambientazioni che fanno da contrappunto ai racconti e ai personaggi, la costruzione di un’Ucraina fantastica, di una piccola isola di cosacchi impavidi, furbi, giocatori e sciocchi che camminano sospesi nel vuoto e il cui umore e le cui gesta si rispecchiano nell’ambiente, in descrizioni, come quella citata in apertura. Insomma, un piccolo gioiello, formato da tante perle narrative, idee e figure che solleticano la mente, stuzzicano la fantasia, divertono e fanno pensare, un’opera da leggere e gustare.

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