I vecchi e i giovani – Luigi Pirandello

…a porre avanti al Governo lo spettro sanguinoso di alcuni contadini massacrati in Sicilia a Calatavutùro, ad agitare innanzi a tutti con fiera minaccia il pericoloso, non si radicasse nel paese la credenza perniciosa che si potessero impunemente colpire i miseri e salvare i barattieri rifugiati a Montecitorio.” (p. 279)

Romanzo storico pubblicato da Luigi Pirandello nel 1913 ripercorre gli avvenimenti dei moti Siciliani del 1893 intrecciandoli con lo scandalo bancario della Banca Romana, anno 1982. In una Sicilia abbandonata a se stessa, depredata della sua autonomia dopo l’unità d’Italia, quelle che oggi chiameremmo le tensioni sociali sono sul punto di esplodere. Alcuni uomini, di idee socialiste, [singlepic id=437 w=200 h=330 float=right] stanno mettendo in piedi in tutta la Sicilia delle organizzazioni dette Fasci Siciliani dei Lavoratori in cui convogliare la protesta e ottenere terre e autonomia. Pirandello intreccia alla vicenda storica la vita di due generazioni della famiglia Laurentano, da cui il primo significato del titolo, a contrapporre chi ha compiuto l’unità d’Italia, la quasi mitica figura del generale Gerlando Laurentano, a chi quest’unità l’ha subita, i due figli Don Ippolito e Don Cosmo principi di Colimbetra e Valsania, di cui il primo, in particolare, tiene così viva la fedeltà al Re borbone da aver deciso di esiliarsi nella sua villa in campagna di Colimbetra difeso da una pagliaccesca compagnia di uomini agghindati da soldati del Regno delle due Sicilie. Mentre l’altro, Don Cosmo, vive nella casa del fu Generale insieme ad una vecchia casiera e al servo e compagno d’armi del padre: Mauro Mortara, che tutto ha sacrificato all’idea della Patria e alla memoria del Generale, di cui conserva, come una reliquia, la stanza ammuffita di Valsania. A questa, generazione dei Vecchi, si oppone la generazione dei giovani, tutti, o quasi, nati nell’Italia unita e che in quest’Italia tentanto di inserirsi, che in questo paese hanno le loro speranze e che vogliono aiutare a crescere. Eppure, nonostante questa volontà, non riescono a modificare ciò che è a causa dei vecchi che sono impossibilitati a scalzare dai loro scranni, conquistati perché guerrieri e patrioti.

A questo punto non scendo ulteriormente nell’intreccio in sé, troppo lungo e colmo di personaggi per essere dipanato in un modo e in uno spazio accettabile e provo a raccontarvi alcune delle mie impressioni.

Questo è un romanzo in cui, sostanzialmente, non accade nulla, ovvero, un romanzo in cui si ammassano digressioni, si aprono scorci ovunque di storia, politica e racconti sociali e si relegano i fatti della storia narrata in passaggi veloci, quasi affrettati e molto spesso riassunti per bocca di terzi che vi hanno assistito. Come opera la si potrebbe definire un tentativo più storico che di racconto o meglio una lunga riflessione storica sui fatti della politica Italiana dei primi anni dell’unità che ha come scusa quella di una storia di famiglia.

Ammetto di essere rimasto spesso incagliato e di essermi piuttosto annoiato nel procedere attraverso la lettura di queste 515 pagine in cui, troppo spesso, si ribadiscono gli stessi concetti, quasi a volerli infilare a forza nella mente del lettore. Ovviamente non mancano i lampi di luce e le argute trovate narrative tra le pagine, ma sono decisamente affogate nel fluire generale della storia.

Per quanto riguarda i personaggi pochi sono costruiti con la cura tipica del dettaglio del Pirandello degli altri romanzi, per molti manca quella connotazione che li faccia sollevare dall’essere solamente voci per le idee dell’autore, il migliore, almeno secondo me, resta il personaggio del vecchio Mauro Mortara, l’innamorato della patria, che ha combattuto per essa e che continua farlo, nonostante gli scandali, i dispiaceri e le disillusioni che su di lui gli altri personaggi finiscono sempre per scaricare.

In definitiva non stiamo parlando delle migliori pagine di Pirandello e dovendo scegliere di leggere qualcosa di suo vi direi di lasciare questo come ultima scelta, quella da compiere se proprio volete leggere tutto quello che ha scritto.

Recensione pubblicata anche su: http://www.lalibreriaimmaginaria.it/

“Il Turno” e “Suo Marito” – Luigi Pirandello

Di tutta l’opera di Luigi Pirandello, nobel per la letteratura 1934, i romanzi sono spesso considerati una parte secondaria rispetto al suo monumentale lavoro teatrale e novellistico, quand’anche sono presi in considerazione in genere si citano le due opere di peso maggiore, ovvero: “Il Fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”, [singlepic id=412 w=200 h=330 float=right] accompagnati, qualche volta, da “L’Esclusa” (primo romanzo) e da i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Come suggerisce il titolo voglio, invece, provare a spendere due parole su questi altri due romanzi, ovvero “Il Turno” e “Suo Marito”. Tentando di parlarne in parallelo, le due opere sono ambientate una nella Sicilia della sua infanzia, a metà tra le arie di paese e le voci del sud, l’altra nella Roma della maturità letteraria, tra salotti bene, circoli letterari e redazioni di giornali. La nota caratterizzante del primo è quell’umorismo, cifra caratteristica di Pirandello, in cui ad ogni sorriso per una qualche bizzarria della società siciliana fa da contraltare un senso pena per le miserie umane, mentre, per quanto riguarda “Suo Marito”, siamo molto più vicini al tono di una farsa tragica, di due vite incastrate tra loro quasi per caso tra due incompatibilità caratteriali a incastro necessariamente sofferto.

Ambedue i romanzi sono profondamente emblematici della vita e dell’opera di Pirandello, in comune con tutta l’opera narrativa, hanno l’essere manifesto, ma, molto più spesso, riassunto del suo pensiero. I personaggi che si affacciano sulla scena del romanzo sono sempre minuziosamente descritti: atteggiamenti, pensieri, financo la mimica facciale sono mostrati nel dettaglio. Ad esempio:

“[…] don Diego fino fino, piccoletto, che gli arrancava accanto con lesti brevi passetti da pernice, tenendo il cappello in mano o sul pomo del bastoncino, come se si compiacesse di mostrar quell’unica e sola ciocca di capelli, ben cresciuta e bagnata in un’acqua d’incerta tinta (quasi color rosa), la quale, rigirata, distribuita chi sa con quanto studio, gli nascondeva il cranio alla meglio.
Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia: nessuno pelo; gli occhietti calvi scialbi acquosi. Gli abiti suoi […]”

quadro, come al solito, tra il comico e il pietoso, ma che lascia intuire come possa andare la storia, quando Marcantonio Ravì decide di dargli come quarta moglie la giovane figlia, poiché, lui, Don Diego, proprio non può rinunciare al piacere dell’esser circondato da giovani e perché l’altro, Marcantonio, desidera per la figlia tutto il bene che l’eredità del vecchio può garantirgli… nel mentre un altro giovanotto, non abbastanza ricco da garantire la stessa felicità, attende il suo turno per sposar la figlia di Marcantonio.

Veniamo ora a “Suo Marito”, storia di un’umile, ma geniale, scrittrice tarantina che si trasferisce a Roma sulla spinta del marito, un improbabile contabile d’ufficio notarile, che le uniche cose che comprende della letteratura sono i soldi che possono cavarsene e che la moglie, con la sua smania di regalare e scrivere per nulla, si fa sottrarre. Una coppia decisamente male assortita e in cui le incomprensioni si accumulano giorno dopo giorno, o pagina dopo pagina, e in cui il rancore cova sotto le ceneri di una quotidianità familiare spezzata dall’oscuro demone che spinge Silvia Roccella a scrivere e dalle cure del marito, nato Boggiolo, diventato Roccella che ritiene il successo della moglie unicamente risultato della sua opera pubblicitaria e promozionale.

Entrambi i romanzi si lasciano leggere con facilità e scorrono via preda della curiosità di mandare avanti la vicenda per farla giungere al suo finale, che, per quanto sembri attendibile già dalle brevi trame che ho dato, riesce a sorprendere in entrambi i casi e lasciare una sua nota originale con cui abbandonare il volume.

Per concludere, due parole sull’edizione, questi sono due classici, dunque si trovano pubblicati presso tutte le case editrici possibili ed immaginabili, per quanto riguarda “Il Turno” la situazione è abbastanza equivalente, invece un po’ di attenzione va prestata alla scelta dell’edizione di “Suo Marito”. Alcune case editrici hanno pubblicato il libro con due redazioni diverse mischiate, il finale dall’originale e la prima metà dalla riscrittura che Pirandello non ha completato causa morte. Se lo volete leggere penso che sceglierne una che riporti tutta la prima redazione e magari la seconda in nota o in appendice possa essere la soluzione migliore. Buona lettura!

Recensione pubblicata anche su: http://www.lalibreriaimmaginaria.it/