Il Respiro dell’Anima – Spettacolo Teatrale

 

“Mia Divina Eleonora”
Eleonora Duse. Una leggenda. Il testo è un omaggio alla sua vita, costellata di successi e di eccessi, di gioie accecanti e di amarezze
struggenti, ma soprattutto alla sua anima di donna appassionata e fragile, volitiva e vulnerabile.
Il palcoscenico la eternò nella storia, il pubblico la acclamò Divina, l’amore la rese disperata.
La Duse fu attrice palpitaduse-locandina-definitivante e odernissima, capace di trasmettere Il respiro dell’anima, di scandagliare le pieghe introspettive delle creature che portava in scena, attraverso una cifra stilistica ed interpretativa scevra da quell’enfatica gestualità e stentorea dizione tanto in voga ai suoi tempi. Essenziale, sublime, perfetta. Ecco com’era la Duse attrice. Vibrante, inquieta, passionale. Ecco com’era Eleonora donna. La vicenda narrata nel testo si svolge in una stanza di albergo a Pittsburgh, negli Stati Uniti, dove la Duse si trovava in tournée il 21 Aprile 1924. Qui, nel suo ultimo giorno di vita, Eleonora consegna a Madeleine, la custode della sua anima (unico personaggio fittizio che rievoca echi proustiani) il racconto ed i ricordi della propria vicenda artistica e privata. Si assisterà, pertanto, a continui slittamenti temporali e
all’avvicendarsi sulla scena di altri personaggi: Arrigo Boito, suo grande amore, Sarah Bernhardt, sua fascinosa rivale e Gabriele D’Annunzio, con il quale costituì un sodalizio artistico e visse una struggente passione d’amore. Ma la protagonista assoluta è lei.

Note di regia
La Duse fu, come Daniela Musini ha giustamente sottolineato nella sua attenta e puntuale introduzione, attrice moderna, anzi modernissima. “Ibsen, sì Ibsen, sempre e soltanto Ibsen” è stato l’autore che più amava interpretare. Il nostro allestimento prende avvio proprio dalle battute finali di “Casa di bambola”, testo che il drammaturgo compose pensando alla Duse (non è un caso che la protagonista si chiami Nora). Nora fugge da una quotidianità coniugale che la soffoca ed intraprende un viaggio
verso l’ignoto, mossa dalla fedeltà alla vita. Quello del viaggio è certamente un tema metafora del percorso esistenziale della Duse e del suo desiderio di essere sempre altrove. Il viaggio sentito come la ricerca irrequieta e disperata di un qualcosa che si vanifica sempre, approdando all’ inconsistente e al vuoto. Ciò si evince chiaramente dallo studio, per noi appassionante, del carteggio dell’attrice: per la Duse scrivere sembra essere stata quasi un’ ossessione, come se, attraverso l’atto della scrittura, ella avesse voluto fermare sulla carta i frammenti di vita che scorrono inesorabilmente, i “cocci” della sua storia. Ci è piaciuto indagare le molteplici sfaccettature dell’animo della Divina, inserendo nel lavoro varie lettere indirizzate a Boito o D’Annunzio, utili a ricostruire, oltre alle relazioni intime, anche quelle artistiche. Non meno interessanti I risultati delle ricerche relative alla voce: esile, roca, franta… come il suo spirito nomade… come gli occhi malinconici e smarriti che ricordano la Silvia leopardiana. Nel recitare, ad esempio Ibsen, la Duse si concedeva delle lunghe pause, apparentemente vuote ed ingiustificate; si trattava, invece, di un parlare meditato, essenziale, di chi conosce la verità. Soltanto in occasione delle “messe in scena” dannunziane, ella abolì qualsiasi intonazione e scelta personale, a favore della purezza della Parola del Poeta. Quello che è risultato per noi essere l’elemento guida nelle scelte di regia è stato utilizzare il personaggio Duse per esprimere un disagio esistenziale moderno, anzi modernissimo. Il contesto è quello in cui oggetti e costumi strizzano l’occhio alla moda del passato per mescolarsi con elementi del presente. La scenografia è volutamente essenziale, senza orpelli né fronzoli, come il viso di Eleonora, privo di trucco su un collo vuoto di gioielli. Ancora una volta è il vuoto  dell’esistenza che sembra vincere. Per la Duse, la vita è il carcere dell’eterno ritorno, il ripetersi infinito dello stesso ritmo. Infine il Teatro: la vertigine della sua anima, attraverso cui sovrapporre l’attrice al personaggio e viceversa in una simbiosi perfetta. Per continuare con l’esempio di Ibsen, Eleonora è Nora, come Nora è Eleonora. Recitare è uno “sdenudamento dell’anima” nel tentativo di liberarsi del peso della vita. Cesare Molinari, uno dei più grandi studiosi della Divina, ha sintetizzato così il percorso esistenziale di Eleonora Duse: “Buttava in aria gli stracci della sua anima con quell’unico gesto di volontà che consisteva nell’entrare in scena”.

Maria Pia Iannotta – Stefania Pascucci.

5/6 Marzo 2016 – ore 21.00/18.00
Teatro Aurelio
Largo San Pio V, 4 – Roma (00165)
(Metro Baldo degli Ubaldi)

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