Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline

Avevo preso la strada dell’inquietudine. Si prende pian piano sul serio il proprio ruolo e il proprio destino senza rendersene ben conto e poi quando ci si volta indietro è troppo tardi per cambiare. Si diventa tutti agitati e rimane tutto così per sempre.

Romanzo che ha molto dell’autobiografia, ovvero che attinge molto alle esperienze di vita di Céline stesso, pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches. Romanzo che mi ha corteggiato per anni, o giù di lì,  e che solo ora mi sono deciso a leggere, preannuncio che è stata un’ottima scelta. Da principio l’avvicinamento è stato dubbioso, il personaggio di Ferdinand Bardamu, proiezione letteraria di Céline, fa la sua comparsa in modo bizzarro. Seduto ad un tavolo di caffè disquisisce dell’entrata in guerra della Francia con un pacifista e, sullo slancio del vedere un plotone in marcia, corre dietro le truppe e si arruola. Da questo punto ha inizio una spirale discendente, il vero viaggio al termine della notte, [singlepic id=452 w=200 h=298 float=right] un’avanzata lenta e inesorabile attraverso la guerra, l’esperienza coloniale, l’abbandono provato nella città di New York, la vita come medico, povero tra i poveri, nei sobborghi di Parigi e, infine, il lavoro in un manicomio.

Mentre avanzavo nella lettura sono passato dal considerare la sua una visione pessimista sulla vita, poi una forma di nichilismo veramente accentuato. Alla fine penso di essermi più o meno convinto, o almeno lo sono adesso a caldo appena terminata la lettura, che si tratti di una vera e proprio nausea per la vita. Uno scoperchiarne le interiora e stare li a guardarle, un’esaltazione del grottesco: “Vivere per vivere, che gattabuia!“. Il fascino che le storie cicliche del protagonista e del suo doppio, Lèon Robinson, che condivide e, molto spesso, anticipa di alcuni giorni le sue avventure si costruiscono su un meccanismo di errore iniziale, situazione che volge al disastro, la perdita di una parte della propria umanità e l’inoltrarsi ancora nel profondo della notte. Scendere, scendere sempre in basso dove gli altri uomini non possono raggiungerci e dove il dialogo e la comprensione sono impossibili. Un meccanismo di alienazione dal mondo che porta alla necessaria conclusione riguardo la vita:  “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.

Se siete in un momento buio della vostra vita potreste trovare una strana eco dei vostri pensieri in queste pagine, quindi approcciatele con cautela. Altrimenti non rimandate troppo la lettura, alla fine anche se per voi la vita è tenersi lontani da questo genere di notti, da questi abissi, fare un viaggio dall’altro lato è decisamente un’esperienza da provare.

“Pensandoci adesso, a tutti i matti che ho conosciuto dal vecchio Baryton, non posso fare a meno di dubitare che esistano altre autentiche realizzazioni del nostro io più profondo che non siano la guerra e la malattia, questi due infiniti dell’incubo.”

Articolo pubblicato anche su http://www.lalibreriaimmaginaria.it

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