Lassù sulle montagne sventola bandiera nera: è morto un partigiano…

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“Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada alla democrazia autoritaria, da noi e nel resto del mondo. Uno di quei cicli storici che dimostrano che anche la libertà ha le sue stagioni.[…] C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica di effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati. È questa la ragione di fondo per cui la Resistenza e l’antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men.”

Giorgio Bocca

“Il Turno” e “Suo Marito” – Luigi Pirandello

Di tutta l’opera di Luigi Pirandello, nobel per la letteratura 1934, i romanzi sono spesso considerati una parte secondaria rispetto al suo monumentale lavoro teatrale e novellistico, quand’anche sono presi in considerazione in genere si citano le due opere di peso maggiore, ovvero: “Il Fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”, [singlepic id=412 w=200 h=330 float=right] accompagnati, qualche volta, da “L’Esclusa” (primo romanzo) e da i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Come suggerisce il titolo voglio, invece, provare a spendere due parole su questi altri due romanzi, ovvero “Il Turno” e “Suo Marito”. Tentando di parlarne in parallelo, le due opere sono ambientate una nella Sicilia della sua infanzia, a metà tra le arie di paese e le voci del sud, l’altra nella Roma della maturità letteraria, tra salotti bene, circoli letterari e redazioni di giornali. La nota caratterizzante del primo è quell’umorismo, cifra caratteristica di Pirandello, in cui ad ogni sorriso per una qualche bizzarria della società siciliana fa da contraltare un senso pena per le miserie umane, mentre, per quanto riguarda “Suo Marito”, siamo molto più vicini al tono di una farsa tragica, di due vite incastrate tra loro quasi per caso tra due incompatibilità caratteriali a incastro necessariamente sofferto.

Ambedue i romanzi sono profondamente emblematici della vita e dell’opera di Pirandello, in comune con tutta l’opera narrativa, hanno l’essere manifesto, ma, molto più spesso, riassunto del suo pensiero. I personaggi che si affacciano sulla scena del romanzo sono sempre minuziosamente descritti: atteggiamenti, pensieri, financo la mimica facciale sono mostrati nel dettaglio. Ad esempio:

“[…] don Diego fino fino, piccoletto, che gli arrancava accanto con lesti brevi passetti da pernice, tenendo il cappello in mano o sul pomo del bastoncino, come se si compiacesse di mostrar quell’unica e sola ciocca di capelli, ben cresciuta e bagnata in un’acqua d’incerta tinta (quasi color rosa), la quale, rigirata, distribuita chi sa con quanto studio, gli nascondeva il cranio alla meglio.
Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia: nessuno pelo; gli occhietti calvi scialbi acquosi. Gli abiti suoi […]”

quadro, come al solito, tra il comico e il pietoso, ma che lascia intuire come possa andare la storia, quando Marcantonio Ravì decide di dargli come quarta moglie la giovane figlia, poiché, lui, Don Diego, proprio non può rinunciare al piacere dell’esser circondato da giovani e perché l’altro, Marcantonio, desidera per la figlia tutto il bene che l’eredità del vecchio può garantirgli… nel mentre un altro giovanotto, non abbastanza ricco da garantire la stessa felicità, attende il suo turno per sposar la figlia di Marcantonio.

Veniamo ora a “Suo Marito”, storia di un’umile, ma geniale, scrittrice tarantina che si trasferisce a Roma sulla spinta del marito, un improbabile contabile d’ufficio notarile, che le uniche cose che comprende della letteratura sono i soldi che possono cavarsene e che la moglie, con la sua smania di regalare e scrivere per nulla, si fa sottrarre. Una coppia decisamente male assortita e in cui le incomprensioni si accumulano giorno dopo giorno, o pagina dopo pagina, e in cui il rancore cova sotto le ceneri di una quotidianità familiare spezzata dall’oscuro demone che spinge Silvia Roccella a scrivere e dalle cure del marito, nato Boggiolo, diventato Roccella che ritiene il successo della moglie unicamente risultato della sua opera pubblicitaria e promozionale.

Entrambi i romanzi si lasciano leggere con facilità e scorrono via preda della curiosità di mandare avanti la vicenda per farla giungere al suo finale, che, per quanto sembri attendibile già dalle brevi trame che ho dato, riesce a sorprendere in entrambi i casi e lasciare una sua nota originale con cui abbandonare il volume.

Per concludere, due parole sull’edizione, questi sono due classici, dunque si trovano pubblicati presso tutte le case editrici possibili ed immaginabili, per quanto riguarda “Il Turno” la situazione è abbastanza equivalente, invece un po’ di attenzione va prestata alla scelta dell’edizione di “Suo Marito”. Alcune case editrici hanno pubblicato il libro con due redazioni diverse mischiate, il finale dall’originale e la prima metà dalla riscrittura che Pirandello non ha completato causa morte. Se lo volete leggere penso che sceglierne una che riporti tutta la prima redazione e magari la seconda in nota o in appendice possa essere la soluzione migliore. Buona lettura!

Recensione pubblicata anche su: http://www.lalibreriaimmaginaria.it/

Thoughts that make me…

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Snow falling and night falling fast, oh, fast
In a field I looked into going past,
And the ground almost covered smooth in snow,
But a few weeds and stubble showing last.

The woods around it have it—it is theirs.
All animals are smothered in their lairs.
I am too absent-spirited to count;
The loneliness includes me unawares.

And lonely as it is, that loneliness
Will be more lonely ere it will be less—
A blanker whiteness of benighted snow
With no expression, nothing to express.

They cannot scare me with their empty spaces
Between stars—on stars where no human race is.
I have it in me so much nearer home
To scare myself with my own desert places.

Desert Places, Robert Frost

La Cantatrice Calva – ZappAttori

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« Scrivendo questa commedia (poiché tutto ciò si era trasformato in una specie di commedia o anticommedia, cioè veramente la parodia di una commedia, una commedia nella commedia) ero sopraffatto da un vero malessere, da un senso di vertigine, di nausea. Ogni tanto ero costretto ad interrompermi e a domandarmi con insistenza quale spirito maligno mi costringesse a continuare a scrivere, andavo a distendermi sul canapè con il terrore di vederlo sprofondare nel nulla; ed io con lui. »

Eugène Ionesco

Note di Regia:

La nostra compagnia teatrale ha la cattiva abitudine di cimentarsi, ogni anno, in sfide sempre piu complesse, assurde e fuori portata. Questa volta abbiamo pericolosamente deciso di metterci alla prova, senza preoccuparci di esserne o meno all’altezza, con uno degli spettacoli più intriganti di Eugène Ionesco. Ci siamo imbattuti in quelli che a nostro avviso sono da sempre i nodi esistenziali dell’uomo: l’ipocrisia dei rapporti, la paura della routine, la banalità delle convenzioni sociali e soprattutto la difficoltà nel dare un senso all’esistenza. Questo spettacolo è la rappresentazione paradossale di ciò che accade quando il linguaggio perde di significato e il luogo comune diventa una comoda prigione in cui rifugiarsi, al riparo da ogni autentica comunicazione. Per quanto ci riguarda, la scelta è stata quella di proseguire sulla linea  dell’ambiguità racchiusa nel significato stesso dello spettacolo: quindi, nella nostra follia, non abbiamo fatto altro che assecondare il volere dell’autore sottolineando uno scenario comico-grottesco in cui i protagonisti recitano le proprie vite dialogando sul nulla. La parte più geniale di questa messa in scena, consiste nella libertà dei personaggi di rappresentarsi come meglio credono, poichè qualunque sia la loro chiave di lettura, saranno sempre intrappolati nelle loro abitudini, nelle figure retoriche che rappresentano e in quella che è la gabbia delle emozioni umane spesso insensate e contraddittorie. Ed è proprio questa sottile linea tra ironia e tristezza, tra frivolezze e pesanti verità che ci ha fatto avvicinare al teatro dell’assurdo; vi proponiamo perciò di seguirci in questo folle viaggio alla ricerca di un vero perché.

Lucrezia Coletti

Recitano:

Il signor Smith – Edoardo Massa
La signora Smith – Lucrezia Coletti
Il signor Martin – Fabio Ferrazza
La signora Martin – Emanuela Larosa
Mary – Martina Malfitana
Il pompiere – Radu Pislaru

Tecnici e Altri Contributi:

Voce Registrata – Matteo Bruno
Scene, Costumi e Trucco – Eleonora Casciani
Disegno Luci e Audio – Fabio Durastante

Date, Teatro e Orari:

Sabato 7 Gennaio – ore 21.00
Domenica 8 Gennaio – ore 18.00 e ore 21.00
Biglietto: 10 € (8 € + 2 € tessera)

Locandina, brochure e altro materiale:

La Cantatrice Calva – Locandina
La Cantatrice Calva – Volantino
Sito degli ZappAttori
Pagina Facebook

Eventi Facebook:

Spettacolo di Sabato 7 Gennaio: http://www.facebook.com/events/325811890778847/
Spettacolo di Domenica 8 Gennaio, sia ore 18.00 che ore 21.00: http://www.facebook.com/events/275484845836634/