Teatro – Dino Buzzati

“Quando entri nel mondo del teatro, entri nella favola, entri nella fantasia, entri nel mito, entri nella droga. Il teatro è una droga.”

Quando si parla di letteratura italiana, più specificamente dei dolci ricordi delle simpatiche letture imposte nelle aule di scuola, il nome di Dino Buzzati è abbinato, nella quasi totalità dei casi, con “Il Deserto dei Tartari” e, un po’ più raramente, con “Il Segreto del Bosco Vecchio“. [singlepic id=393 w=200 h=312 float=right] Qualcuno probabilmente lo conosce per il testo de “Fortezza Bastiani” di Franco Battiato, ispirata al primo dei due romanzi. Quello che è, invece, meno noto è la passione del giornalista Buzzati per il teatro.

Questo volume, della serie “Oscar scrittori moderni” della Mondadori,  raccoglie la sua intera opera teatrale, che possiamo dividere in due tipologie fondamentali: gli atti unici e i drammi in più atti. Dei due i più riusciti sono indubbiamente gli atti unici. La durata minore, un numero di personaggi esiguo, spesso sono dei monologhi, ed un impianto scenico non elaborato, permettono all’Autore di avere il controllo totale di ciò che avviene sulla scena e di potersi concentrare sulla costruzione della storia e sulla narrazione. Per quanto riguarda le opere, più pretenziose, per portata e dimensione, invece, Buzzati si smarrisce spesso, la storia tende a rallentare e a perdersi in dialoghi forzati.

Quello che veramente mi ha stupito e che, in effetti, mi è risultato più piacevole, lasciatemi dire intrigante, è il frequente richiamo al fantastico come genere o, per meglio dire, al favolistico. Le storie hanno spesso un inizio comune, una situazione ordinaria che lentamente si incammina lunga un binario che porta la magia ed il paradossale ad entrare in scena. Orologi posseduti che costringono a rivivere il momento peggiore della propria vita, antichi animali mitologici che scendono dalle montagne a portare la sventura, passeggiate con la morte e fantasmi che ritornano dal passato. Nell’economia della narrazione l’inserimento di queste figure e di questi mezzi è usato per tenere insieme un’idea della vita e una forma di giustizia naturale che arriva a premiare o a punire i protagonisti senza bisogno di un reale intervento dell’uomo. Un’espressione del conservatorismo politico e dell’attaccamento ad un certo tipo di cultura, quella che potremmo indicare, anche se non inquadrandola del tutto, col termine borghese. Buzzati ha scritto a lungo per il Corriere della Sera, nell’Italia del secondo dopo guerra e in parte durante gli stessi anni del conflitto espressione di questo approccio culturale.

Quest’opera non è quello che si può definire un capolavoro imperdibile o una pietra miliare del genere, tuttavia, resta una lettura piuttosto piacevole, in grado di proporre diversi tipi di suggestione, qualche domanda e di strappare qualche risata. Se avete già avuto il piacere di leggere il Buzzati romanziere o narratore, questa potrebbe essere la scoperta di un’altra faccia di quest’autore.

Recensione pubblicata anche su: http://www.lalibreriaimmaginaria.it/