Scritti sulla Luce e i Colori – Isaac Newton

“Anzi poiché la scienza accurata di questi [i colori] sembra essere tra le più difficili che un filosofo possa desiderare, spero, quasi ad esempio di mostrare quanto la matematica valga in filosofia naturale e quindi di esortare i geometri ad accingersi a un più stresso esame della natura, e gli amanti della scienza naturale ad appropriarsi prima della geometria, […] affinché, filosofando i geometri ed esercitano la geometria i filosofi, otteniamo invece di congetture e cose probabili, che si smerciano ovunque, una scienza della natura finalmente confermata con la più alta evidenza”

Non credo che ci sia bisogno di ricordare chi sia stato Isaac Newton, anche se, probabilmente, molti lo ricordano solo come un curioso inglese raffigurato con una grande parrucca bianca [singlepic id=262 w=200 h=318 float=left] in assorta contemplazione sotto ad un melo. Altri, affiancato a ricordi di aule buie, mattine sonnacchiose e temibili professori di fisica. Tuttavia, gettando uno sguardo alle sue carte, alle montagne di lettere, di scritti, che vanno dalla fisica alla teologia passando per l’alchimia, non si può che rimanere stupiti dall’incredibile profondità del suo pensiero e piacevolmente sorpresi dallo scoprire della sua umanità, che, a dirla tutta, è un’umanità testarda, puntigliosa e che non aveva alcuna paura del lanciarsi a testa bassa in scontri frontali sulla scienza, la filosofia e la fede. Una buona testimonianza di tutto questo è rappresentata da questa antologia di scritti sull’ottica. Divisa in sei parti raccoglie l’evoluzione dell’idea di Newton riguardo la luce, gli esperimenti, le riflessioni e le dimostrazioni. Scritta in uno stile asciutto e semplice la parte tecnica si lascia seguire in modo semplice, gli esperimenti sono chiari, accompagnati dai disegni degli apparati e molti sono anche facili da riprodurre. Particolarmente interessanti sono le lettere, le comunicazione, le dispute e i diverbi per posta tra Newton, Hooke, padre Pardes e Huygens. Per chi pensa che la scienza sia un luogo di persone tranquille, quasi fredde, questa può essere un’occasione per vedere cosa succede quando non si è in accordo e si va a caccia con metodica ferocia di qualsiasi tipo di errore nei lavori degli altri, cavillando su ogni cosa, criticando tutto il criticabile e sottolineando qualsiasi cosa possa anche solo essere in aria di essere stata trascurata. Anche se può sembrare bizzarro, questa è, probabilmente, una delle migliori garanzie che si hanno nell’ottenere teorie coerenti e in grado di fare previsioni sempre più accurate e realistiche. La soddisfazione nello scovare errori e nel correggersi a vicenda fa sì che la maggior parte venga evitata o corretta in tempo piuttosto breve. Se volete farvi un’idea di come nasce una teoria scientifica, dei suoi primi passi, delle metodologie, gli esperimenti e le critiche, quest’antologia offre una buona occasione per farlo.

Recensione pubblicata anche su: http://lalibreriaimmaginaria.splinder.com/.

Caffè e parole …

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(1) Non usate mai una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che si è soliti veder pubblicata.
(2) Non usate mai una parola lunga laddove va bene una parola più corta.
(3) Se è possibile eliminare una parola, eliminatela.
(4) Non usate mai la forma passiva quando potete usare quella attiva.
(5) Non usate mai una parola straniera, un termine scientifico o gergale se potete pensare ad un equivalente nella lingua d’ogni giorno.
(6) Infrangete una qualsiasi di queste regole se vi portano a scrivere qualcosa di assolutamente ignobile.

George Orwell, La Politica e la Lingua Inglese

Quattro Lezioni sullo Spazio e sul Tempo – Stephen Hawking, Roger Penrose

“[Detto S un insieme di punti nello spazio tempo] Si possono avere però spazi-tempi in cui ci siano generatrici del confine del futuro di un insieme S che non intersechino mai S. Tali generatrici non possono avere un estremo passato. Un esempio semplice di quanto sto dicendo è uno spazio minkowskiano con un segmento di linea orizzontale rimosso.”

Mi sento quasi in colpa per quello che sto per fare, stroncare un libro di Hawking e Penrose è probabilmente molto vicino ad un sacrilegio, ma questa volta temo di non poterne fare a meno. Per prima cosa, due parole [singlepic id=260 w=200 h=316 float=left] sugli autori, Hakwing è un astrofisico britannico e uno dei più autorevoli cosmologi viventi, ha occupato fino al 2009 la Cattedra Lucasiana di Matematica all’università di Cambridge, per renderci bene conto, la cattedra che fu di Isaac Newton. Penrose rientra, almeno istituzionalmente, nella categoria dei fisici-matematici, anche se si occupa diffusamente di filosofia, cosmologia, intelligenza artificiale e di svariati ambiti della matematica e della fisica, padre della teoria dei Twistors e esperto di gravità quantistica. Fatto questa premessa, capirete perché parlare male di un libro di fisica, o per meglio dire di fisica-matematica, scritto da loro è piuttosto imbarazzante. Terminata la lamentazione preliminare, arriviamo al sodo delle critiche, partendo dalla prefazione di Stefano Moriggi, che a sua volta cita il Penrose de “La strada che porta alla realtà“, scrivendo: “sbaglierebbe chi si lasciasse intimidire, perché […] c’è un modo in cui cavarsela [con la lettura del libro] saltando tutte le formule e leggendo solo le parole“.  Ecco, almeno per quanto riguarda i due capitoli scritti da Hawking, questo vuol dire leggere due parole ogni tanto, parole che ovviamente rimandano a concetti matematici e nascondono definizioni e altre formule. Queste sono lezioni tecniche, è vero, ed Hawking, in apertura, avverte immediatamente il lettore, aggiungendo poi, “daremo quindi per scontata una conoscenza di base della teoria della relatività [aggiungo io: generale] e della teoria quantistica“. Tuttavia, dimentica di dire che darà per scontata una conoscenza piuttosto profonda della topologia algebrica, dell’analisi multidimensionale su spazi complessi e di un monte di geometria differenziale, che è un po’ un amalgamato delle due precedenti. Dopo un anno e mezzo di studi in matematica si riesce a capire il senso delle parole e, appoggiandosi a Wikipedia e qualche altro testo, anche di qualche concetto, di quelli semplici e non particolarmente profondi. Le due lezioni di Penrose sono un po’ più avvicinabili, in questo caso, anche dove non si riesce a cogliere la profondità di alcune analisi, si riesce almeno a seguire il filo del discorso. Insomma, se siete laureati in fisica o in matematica e vi piace l’argomento “spazio e tempo”, avendo già studiato nei dettagli alcune idee fisiche di fondo, con un bagaglio di strumenti matematici e un buon livello di attenzione, questo testo fa per voi. Se, invece, vi piace l’argomento, ma non possedete l’armamentario teorico, orientatevi su qualche libro degli stessi autori, tipo: “Dal Big Bang ai Buchi Neri” – Hawking e, il già citato, “La Strada che Porta alla Realtà” – Penrose. Divulgativi, circa, più abbordabili e con idee meglio dispiegate.

Per chi volesse procurarselo, attenzione, quest’edizione, uscita con “I Classici del Pensiero Libero” del Corriere della Sera, contiene i primi quattro capitoli del libro “La natura dello spazio e del tempo” edito BUR, che è, quindi, l’opera integrale.

Per concludere, mi sto ancora domandando perché, tra tanti testi di divulgazione scientifica, degli stessi due autori, in una collana di questo tipo, si sia deciso di includere proprio questo. Tecnico, di difficile lettura e che può gettare nella disperazione gli interessati. Che chi li sceglie non abbia nessuna competenza scientifica e non riesca a distinguere cosa è abbordabile dal pubblico generale e cosa non lo è? Che ne abbia troppa e non riesca più a distinguere ciò che un profano comprende con uno sforzo accettabile? Si accettano suggerimenti.

Recensione pubblicata anche su: http://lalibreriaimmaginaria.splinder.com/.