Sesquicentenariamo: pensosamente sotto un cielo di guai.

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Lo stralcio di lettera seguente è datato 1860, scritto da Alessandro Manzoni all’amico Emilio Broglio. Circolava la voce di una sua possibile nomina a senatore del neonato Regno d’Italia.

A Emilio Broglio,

[…]ora, se mi cadesse sul capo questa sventura, io mi troverei nell’insopportabile posizione di non potere né accettare né ricusare. Ricusare un onore che è anche un nobile dovere, a cui mi chiamasse quel Re, quel Governo, in cui sono concentrate tutte le mie affezioni e la mia riconoscenza come italiano, come suddito e come privato cittadino, sarebbe davvero étonner le monde avec l’excès de mon ingratitude. D’altra parte, accettare è un’assoluta impossibilità. Lascio stare che a 75 anni viaggiare, mutare domicilio e abitudini, separarsi da una moglie inferma e da una famiglia che non potrebbe seguirmi, non è cosa di poco momento. Ma v’ha di peggio. Di parlare, in Senato, non è nemmeno il caso di pensarci, giacché sono balbuziente, e tanto più quando son messo al punto; sicché farei, certamente, ridere la gente alle mie spalle soltanto a dovere rispondere, lì per lì, alla formula del giruamento, giu…giu…giuro! Andare in Senato anche per tacere, è già una grossa difficoltà per un uomo, che, da quarant’anni, in causa di attacchi nervosi, non osa mai uscir solo di casa sua. […] Resterebbe il terzo partito di non ricusare e poi non andarvi; ma chi non vede che cotesta sarebbe una posizione falsa e poco degna, e verso il Re e verso il Paese, e verso il Governo e verso me stesso; […]

A. Manzoni, Lettere

Un ricordo di quando gente come Alessandro Manzoni, pensava di non essere adatta e in grado di sedere nel Senato. Certe cose dovevano cambiare per forza. I grassetti nel testo, ovviamente, sono miei. Buon sesquicentenario!

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