“A human being should be able to change a diaper, plan an invasion, butcher a hog, conn a ship, design a building, write a sonnet, balance accounts, build a wall, set a bone, comfort the dying, take orders, give orders, cooperate, act alone, solve equations, analyze a new problem, pitch manure, program a computer, cook a tasty meal, fight efficiently, die gallantly. Specialization is for insects.”
Robert A. Heinlein, Time Enough for Love (1973)
Gli uomini che inseguono i propri sogni nel deserto
sono pericolosi fanatici oppure profeti.
I Wu Ming, i senza nome, collettivo di autori bolognesi che ho conosciuto imbattendomi in un loro lungo-post, o breve
saggio, sul New Italian Epic (NIE) a cui sono giunto dalle pagine di Carmilla Online. Una suggestione lasciata a fermentare per un piuttosto lungo periodo di tempo, finché, in una notte buia e tempestosa, ma di quelle notti buie e tempestose … il mio girovagare online mi ha portato sul loro blog: Giap, di cui consiglio caldamente una lettura attenta. Da lì agli articoli su J.R.R. Tolkien, una passione piuttosto ben manifestata dal mio nickname, il passo è stato breve. Arrivati a questo punto, vagato nell’apparato teorico e di dibattito, non restava che provare a cimentarsi con un romanzo. Ed ecco che arriviamo a Stella del Mattino.
Perché vi sto raccontando tutto questo invece del solito preambolo introduttivo sull’autore? Ve lo dico con questa citazione di Wu Ming 1: “Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media“. Per cui ho preferito raccontarvi un pezzetto della mia storia di lettore, se volete sapere qualcosa di più sul loro modo di narrare e interpretare il mondo vi rinvio nuovamente a leggere Giap.
Veniamo, finalmente, al libro in questione: Stella del Mattino. Per chi di voi possegga un po’ di familiarità con la Terra di Mezzo e con tutto il suo apparato mitico, il titolo potrebbe aver fatto accendere una lampadina, o per essere più fedeli all’autore, il bagliore di un lampo:
“Aiya Eärendil Elenion Ancalima!“
Eärendil, figlio di Idril e Tuor, nato nella città di Gondolin, colui che navigò fino alle terre dei Valar e da loro elevato a diventare la Stella del Mattino. Qui mi fermo, prima di perdermi in un’infinita digressione che mi porterebbe molto lontano. Se vi ho incuriosito il Silmarillion di J.R.R. Tolkien ha tutte le informazioni che volete in merito.
Proviamo a riprendere le redini di questa chiacchierata, magari diamo anche un senso a quest’ultima digressione: Stella del Mattino è un libro che parla, almeno su di un primo livello, di Lawrence D’Arabia, J.R.R. Tolkien, C. S. Lewis e R. Graves. E poi è un libro che parla del raccontare e del racconto, di io narrati e di io narranti. Un crocevia di punti di vista sulla letteratura e la vita sapientemente intessuto nella Oxford del primo dopoguerra. Sullo sfondo si intravede e si vede un’epoca in trasformazione. Si annunciano le battaglie del futuro e i rivolgimenti del secolo breve, la forza delle rivoluzione russa, la polveriera innescata nella zona araba dall’intervento inglese e il peso delle scelte nei confronti della Germania.
Il tutto, annunciato così, come elenco, sembra fare del libro una specie di condensato storico di quel periodo, eppure, la capacità di Wu Ming 4 è stata quella di tessere tutti questi spunti e tutti questi contenuti in un arazzo di grande impressione. La storia, a questo punto in tutti i sensi, avanza a passo di carica e trascina il lettore attraverso le pagine mantenendo viva la curiosità e l’attenzione.
Insomma, siamo in presenza di un libro da leggere e da gustare sotto molti punti di vista e assolutamente consigliato. Concludo con questa poesia di Robert Graves, che potrebbe, quasi dovrebbe, acquistare un senso aggiuntivo dopo la lettura del romanzo, ma che vale comunque la pena di leggere:
Thick and scented daisies spread
Where with surface dull like lead
Arabian pools of slime invite
Manticors down from neighbouring height
To dip heads, to cool fiery blood
In oozy depths of sucking mud.
Sing then of ringstraked manticor,
Man-visaged tiger who of yore
Held whole Arabian waste in fee
With raging pride from sea to sea,
That every lesser tribe would fly
Those armed feet, that hooded eye;
Till preying on himself at last
Manticor dwindled, sank, was passed
By gryphon flocks he did disdain.
Ay, wyverns and rude dragons reign
In ancient keep of manticor
Agreed old foe can rise no more.
Only here from lakes of slime
Drinks manticor and bides due time:
Six times Fowl Phoenix in yon tree
Must mount his pyre and burn and be
Renewed again, till in such hour
As seventh Phoenix flames to power
And lifts young feathers, overnice
From scented pool of steamy spice
Shall manticor his sway restore
And rule Arabian plains once more.
Manticor In Arabia, Robert Graves
A conclusione, questa volta vera, per chi di voi è dotato di lettore di e-book, si può scaricare gratuitamente il libro dal loro sito: http://www.wumingfoundation.com/giap/?page_id=6338, se poi volete, una donazione per mandare avanti i loro progetti fattibile dal sito, immagino sia più che gradita.
Recensione pubblicata su: http://www.lalibreriaimmaginaria.it
Ma se l’illusione comica è un’illusione di sogno, se la logica del comico è la logica dei sogni, si possono trovare nella logica del risibile tutte le particolarità della logica del sogno.
Bergson, Il Riso
Note al Margine.
La nostra scelta per queste tre serate è stata quella di un percorso eclettico sul tema della commedia e della risata. Nell’ottica dell’esplorare in ampiezza le possibilità del genere abbiamo costruito questi tre spettacoli, unità fluide di forme esteriori e temi apparenti che si ricongiungono nell’uso strumentale della risata come ponte verso altre isole di significato.
Vogliamo suonare, nonché farci suonare, dallo strumento comico per portare in “piena luce una profonda verità [...] che ci è velata dalle necessità della vita.” (Bergson, Il Riso). Toccare e sollevare questo velo, nella brevità di un corto e nel frizzo di una filastrocca, dalla varietà dei tipi umani. Svelare quei meccanismi e quegli automatismi che il genere comico esalta. Infrangere i luoghi comuni, le convenzioni, tutto questo per gettare uno sguardo su ciò che di solito si vuole sia negato e nascosto.
Il riso amaro che suscita chi, non riconoscendo la propria solitudine, si ammanta di una cattiveria di facciata per giustificare il suo abbandono. L’ironia liberatoria di chi, avendo vissuto una vita nelle regole imposte dal perbenismo, se ne libera e riscopre la propria autenticità. Lo sguardo fiero e il tono sarcastico di chi, avendo vissuto la sua vita al di fuori della società, alla fine, se ne riconosce parte inscindibile e necessaria opposizione. La risata come lancio per le proprie rivendicazioni e come mezzo di denuncia. Tutto questo e qualcos’altro con la possibilità di osservarne l’indipendenza dai confini geografici e temporali, spaziando dall’America alla Russia passando per l’Italia.
Insomma, vogliamo provare a risolvere, insieme a voi, la frammentazione del reale in una sintesi dialettica di risate e riscoperte. Ovvero vogliamo riconoscere, di nuovo con Bergson, che “il riso ha precisamente il compito di reprimere tutte le <<tendenze separatiste>>. Il suo dovere è di piegare la rigidezza in arrendevolezza, di riattaccare il singolo al tutto, infine di arrotondare dappertutto gli angoli.”.
Recitano:
Lucrezia Coletti
Daniele Fabbri
Emanuela Larosa
Martina Malfitana
Edoardo Massa
Tecnici:
Scene, costumi e trucco: Eleonora Casciani
Luci, audio e grafica: Fabio Durastante
Dove e Quando:
Cinema America Occupato, Via Natale del Grande 6, Roma (vedi mappa qui)
Giovedì 11 Aprile 2013 – ore 19.00
Venerdì 10 Maggio 2013 – ore 21.00
Venerdì 31 Maggio 2013 – ore 21.00
Link:
Evento Facebook: http://goo.gl/8BPyH
Evento Google+: http://goo.gl/4WOAp
America Occupato: http://www.americaoccupato.org/
Materiale:
Scarica la locandina.
Consiglio, a dire il vero un po’ interessato* visto il mio coinvolgimento, ma comunque sincero e sentito. Per questo week-end trovatevi il tempo di regalarvi una serata a teatro per uno spettacolo degno di nota. Un bel progetto, giovane e corale da sostenere e gustare.
*Interessato perché faccio il piccolo omino che aziona le luci, cosa che comunque c’è scritta sotto insieme a tutte le altre informazioni e alle Note della Regista.
Vi aspetto a teatro!
Regia: Lucrezia Lanza
di: Antonio Di Gioia, Manuele Guarnacci, Lucrezia Lanza, Marta Lapiana
Giacomo Bottoni – Luca Gabos – Carlotta Mangione – Valentina Pacchiele
Marco Palange – Ilaria Pizzi – Federico Pontiero – Paola Simona Pucci
Voce: Marta Lapiana – Musica: Giordano Maselli - Video: Damiano Daresta
Scene: Irene Fiorentini – Scenotecnica: Luigi Lanza
Costumi: Eleonora Casciani- Foto: Claudia Antignani
Disegno Luci: Manuele Guarnacci – Tecnico Luci: Fabio Durastante
Assistente: Alessio Di Pietro – Collaborazione al testo: Angela Giassi – Trucco: Sara Pascolini
Un luogo fisso. Una panchina in un parco, spettatrice muta, di incontri e di amori, nel tempo che scorre. Parlare al suo posto, dare voce alle sue tavole, alle sue viti, raccontare ciò che di bello il destino può far magicamente capitare. Tante storie che narrano della più grande necessità dell’uomo… amare.
Nella natura umana c’è un istinto che ci guida nelle azioni. È la necessità ad imporci delle scelte nella vita. Tutto nasce da un’esigenza, anche l’uomo più apatico ne ha.
A volte è il destino a metterci alle strette. A volte incontriamo qualcuno con una necessità più forte della nostra tanto da influenzarci scatenando in noi una necessità similare. Per me l’amore è questo. È solo una necessità. Abbiamo sete: beviamo. Abbiamo sonno: dormiamo. Ci sentiamo soli: allora prendiamo qualcuno che ci è più vicino degli altri e lo amiamo.
Amare è la più grande necessità dell’uomo. Ne va della sua sopravvivenza come essere umano e del suo essere “vivente”. Dietro ci sono tutte le motivazioni possibili, personali e sociali, che come uomini ci impongono di avvicinarci a qualcun’altro per soddisfarle.
Le persone aiutano le persone e non è un atto benevolo, entrano nelle vite degli altri, per un secondo o un’intera vita: vedono, vivono, agiscono, assaporano, e poi vanno via.
Un luogo fisso: un parco. Personaggi diversi, su tempi diversi, mossi dal bisogno che hanno di “amare”. Spettatrice di tutto questo è una panchina, sempre la stessa, che guarda con occhio esterno quello che i protagonisti, troppo coinvolti, non possono vedere, invidia la loro fortuna, giudica, sentenzia, con occhi, parole e anima…
Parliamo per lei, diamo voce alle sue tavole, alle sue viti, raccontiamo ciò che di bello e bizzarro il destino può far capitare, personaggi ignari in una storia frammentata.
Lucrezia Lanza
15 / 16 / 17 MARZO 2013
TEATRO AURELIO
Largo San Pio V, 4 – Roma (Metro A – BALDO DEGLI UBALDI)
orari: venerdì e sabato ore 21 – Domenica ore 18
costo biglietto: intero 10 euro, ridotto (under 12, over 65) 8 euro, + 2 euro di tessera.
info e prenotazioni: 0698261514 – 3477234102 – info@teatroaurelio.it
www.teatroaurelio.it – progettostabileteatroaurelio.wordpress.com